Raccolta di dieci poesie – n.6

Per la rassegna #Cantami_o_Diva, dieci poesie che penso valga la pena leggere almeno una volta nella vita:

Luigi Trucillo – Album di tutti

Se dormo solo
scorrono le moltitudini,
e io vorrei essere il bordo bianco
dei ritratti
che dentro gli album vivono assopiti
nell’illusione della propria forma.

Altre amorose (Quodlibet, 2017)

Antonio Lanza – Le silenziose

in camice giallo presto
al mattino adempiono alle pulizie
ordinarie: pulire dai residui
di escrementi i cessi, sostituire
la carta igienica dove manca,
aggiungere il sapone liquido
per le mani, lavare a dovere
i pavimenti. Lasciano andandosene l’odore
delle pulizie comandate, guasti
o intermittenti alcuni dei faretti, strisce
di sporco agli specchi, grumi sparsi
di unto di anni alle piastrelle, velate
di calcare le fontane. Sono donne minute
o corpulente, e le immagini poco
istruite ma piene di forza, puledre
resistenti alle fatiche, indurite
madonne. I forti guasti del vivere
tracciati su visi ormai corazzati,
sembrano
aver fatto di se stesse una collezione
a imbuto di sbagli: da ragazze, giovanotti
e buona sorte si alternarono in ginocchio,
i gradini delle scuole sembrando
un trampolino di tre metri da cui
staccarsi fiduciose per il tuffo; e poi,
come fu che poi l’aria a tradimento
si assottigliò, come fu che al salto
mancò velocità e rotazione, che l’atteso
ingresso in acqua avvenne di pancia,
con incresciosi schizzi dappertutto.

Suite Etnapolis (Interlinea, 2019)

Charles Bukowski – I piaceri dei dannati

i piaceri dei dannati
si limitano a rapidi momenti
di felicità:
come gli occhi di un cane che ti guarda,
o uno slargo di cera,
come un incendio ghermisce il municipio,
la contea,
il continente,
come un incendio ghermisce i capelli
di vergini e di mostri;
e il mormorio dei falchi sugli alberi di pesco,
il mare che gli scorre fra gli artigli,
il Tempo
ubriaco e madido,
e tutto in fiamme,
tutto bagnato,
tutto va bene.

Le ragazze che seguivamo (Guanda, 2006)

Mario Benedetti – Per mio padre

Sta solo fermo nella tosse.
Un po’ prende le mani e le mette sul comodino
per bere il bicchiere di acqua comprata,
come tanti prati guardati senza dire niente,
tante cose fatte in tutti i giorni.
Intorno ha una cassettiera con lo specchio,
due sedie scure, un armadio, l’incandescenza minuscola di una stufa.
Dei centrini, la stampa di una natività con il rametto di ulivo,
un taccuino, dei pantaloni, delle cose sue.
Davanti il cielo che è venuto insieme a lui,
gli alberi che sono venuti insieme a lui. Forse una ghiaia di giochi
e dei morti, che sono silenzio, un solo grande silenzio, un silenzio di tutto.
A volte l’acqua del Cornappo era una saliva più molle,
un respiro che scivolava sui sassi.
A volte tutto era l’uccellino del freddo disegnato sul libro di lettura
vicino a una poesia scritta in grande da imparare a memoria.
A volte niente, venire di qua a prendere il pezzo di cioccolato
e la tosse, quella maniera della luce di far tremare le cose,
gli andirivieni, il pavimento stordito dallo stare male.

Umana gloria (Mondadori, 2004)

Cesare Viviani – Era la percezione estranea

Era la percezione estranea
di avere di fronte una zona estrema
di gioia,
ma di non potervi accedere.
Così il paesaggio ammirato
dava un impulso frequente,
che respingeva l’infinito.
Così ogni fossa del corpo
evocava la fossa comune.

Credere all’invisibile (Einaudi, 2009)

Eugenio Montejo – Senza titolo

Stanza dopo stanza, lampada dopo lampada,
i palazzi si risvegliano
e tutto intorno la pioggia apre i suoi petali
con un lento sussurro che percorre
sete e tendaggi.
Dormiamo dentro a un fiore che si alza
troppo lentamente sul mondo.
Tuttora ignoriamo da quale paese remoto
ci ha portati il sonno,
ma ci risulta che tra la notte e il giorno
sono passati gli anni…
La pioggia sta schiudendo la sua corolla
nel mezzo della quale ci svegliamo.
Ora so che il tuo sorriso, i tuoi capelli,
i tuoi occhi dove la notte si attarda,
la neve che cade sui tuoi seni
e queste stesse parole
sono anche petali di qualche immenso calice,
petali che si stanno aprendo, amore mio,
con lo stesso sussurro della pioggia
sui vetri.

La lenta luce del tropico (Le Lettere, 2006)

Claudio Pozzani – A mia madre

Ti ho visto in faccia in quella stanza
io sporco di sangue e muco
tu stravolta e curiosa
Ho tentato di dirti che non ero sicuro
di voler restare fuori di te
ma le parole che avevo in testa
nella mia bocca si impastavano male
Avevo appena imparato che tutta la vita
sarebbe stata ipocrisia e paradosso
ti avevo appena fatta soffrire
ti avevo fatto sanguinare
eppure ero io a piangere e tu a sorridermi
Ti ho visto in faccia in quella stanza
mentre mi portavano via
C’era troppa confusione
per dirti quanto fossi felice
di poter finalmente dare un viso
al ventre che mi aveva ospitato
E più tardi con i miei colleghi
si discuteva di reincarnazione,
di eterno ritorno, dei cicli di Vico
ma non vedevo l’ora di rivederti
e di conoscere il tuo uomo e vostro figlio
dei quali sentivo la voce ovattata e lontana.
Ti ho visto in faccia in quella stanza
e darei tutto quello che ho per ricordarmene.

Spalancati spazi – Poesie 1995-2016 (Passigli, 2017)

Giorgio Caproni – Senza titolo

Il mare brucia le maschere,
le incendia il fuoco del sale.
Uomini pieni di maschere avvampano sul litorale.
Tu sola potrai resistere nel rogo del Carnevale.
Tu sola che senza maschere
nascondi l’arte d’esistere

Salvatore Quasimodo – Specchio

Ed ecco sul tronco
si rompono le gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul fosso.
E tutto sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.

Tutte le poesie (Mondadori, 2003)

Lubi Prates – Dei o que tinha (fragmentos)

1.
te dou de comer
na palma da minha mão.
é ancestral
o gesto de agachar,
se reconhece:
me curvo ao chão
então, você vem,
faminto.
não distingue
entre o que é comida
e quem eu sou.
penso domar a fera,
as pontas dos meus dedos se vão.
não distingo
se é dor ou prazer
me transformar em seu alimento.
voltarei amanhã,
você sabe.

2.
sequer havia luz,
mesmo assim,
aprendi a te alimentar
primeiro.
antes de qualquer verbo
ou nome:
não havia chamado,
ainda não há.
embora sequer houvesse luz
e tendo, ainda, olhos
preservados por você,
me guiei pelo cheiro da sua boca
entreaberta.
agachado,
com minha pata de bode,
te dou de comer
antes de seguir, veloz.

3.
esse chão
criamos nós
a partir do nada que havia:
era apenas linguagem.
na palma da sua mão
dei o que eu tinha,
cuspi a palavra terra
que você moldou com sua saliva.
fez-se lama.
nomeamos assim,
essa porção ínfima
onde deitamos.


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